Il vino all’epoca degli Etruschi

Gli Etruschi e il Vino

Dall’Armenia sembra che la vite si sia diffusa dapprima in Tracia e poi successivamente, grazie ai navigatori Fenici, alla Grecia e poi all’Italia, inizialmente nelle colonie della Magna Grecia e poi nelle regioni centro-settentrionali, ad opera degli Etruschi. A riprova di ciò vi sono ritrovamenti di semi di vite in alcune tombe Etrusche nella zona del Chianti. Plinio il vecchio racconta che a Populonia (vicino a Piombino) era conservata una statua di Giove intagliata in legno di vite. Le prime prove dirette della produzione di vino in Italia risalgono alla metà del VII secolo a.C., sotto forma di  ceramiche per il vino di produzione locale, dunque non importate, presenti in grande quantità nelle tombe dell’epoca. Gli Etruschi contribuirono alla diffusione del vino anche oltr’alpe, con imbarcazioni cariche di anfore che solcavano il Tirreno dalla Sicilia alla Gallia meridionale. A Cap d’Antibes è stato trovato il relitto di una nave contenente circa 170 anfore vinarie.

Le viti all’epoca degli Etruschi erano coltivate ad alberello o “maritate” agli olmi per reggere il peso dei tralci.  Gli Etruschi producevano un vino aromatico e molto profumato, simile a succo d’uva, molto diverso da quello che siamo abituati a bere oggi. Il sistema di vinificazione era stato probabilmente appreso dai Greci, inclusa l’usanza di aggiungervi della resina per favorirne la conservazione. Gli Etruschi vendemmiavano l’uva perfettamente matura e la trasportavano nelle cantine, che all’epoca si trovavano in grotte scavate nel tufo. La pigiatura era fatta con i piedi in tini di legno e al termine della fermentazione il vino era trasferito in contenitori diversi per la maturazione. Si ritiene che le rese in vino non dovessero essere superiori al 50%.

I Greci influenzarono anche la religione degli Etruschi. Infatti tra le divinità più importanti per la religione etrusca vi era Fufluns, molto simile al dio greco Dioniso, con cui venne poi identificato. Durante le cerimonie religiose in onore del dio, attraverso l’ebbrezza del vino gli iniziati provavano una sorta di evasione dalla realtà che poteva prefigurare un destino felice nell’aldilà. Questi rituali erano straordinariamente simili a quelli dei Greci, con il vino bevuto distesi sulla klìne, versato dall’oinochòe (brocca), miscelato con acqua a seconda della gradazione e dell’aroma e arricchito con miele, spezie o formaggio grattugiato. La miscela così ottenuta poteva essere riscaldata o raffreddata utilizzando lo psyktèr, vaso a forma di bulbo collocato su di un piede alto e stretto, contenente acqua calda o neve. Fu a partire dal IV secolo a.C. che i culti dionisiaci ebbero la loro massima diffusione e iniziarono anche a diffondersi anche verso Roma.

L'autore

Laureato in Chimica, Sommelier con interessi in campo biochimico ed enologico, appassionato di Enografia e storia del Vino e della Vite, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti che legano la produzione vitivinicola al territorio e alla vicende umane. Ha fondato Quattrocalici.it nel 2011 ed è l'autore della struttura e del progetto del portale, nonchè della struttura e dell'impostazione della maggior parte dei suoi contenuti. Fin da allora si occupa attivamente di marketing e comunicazione del vino e di divulgazione nel campo dell'enogastronomia.

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