Il vino all’epoca degli Etruschi

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Gli Etruschi e la diffusione della vite e del vino in Italia

Dall’Armenia sembra che la vite si sia diffusa dapprima in Tracia e poi successivamente, grazie ai navigatori Fenici, alla Grecia e poi all’Italia, inizialmente nelle colonie della Magna Grecia e poi nelle regioni centro-settentrionali, ad opera degli Etruschi. A riprova di ciò vi sono ritrovamenti di semi di vite in alcune tombe Etrusche nella zona del Chianti. Plinio il vecchio racconta che a Populonia (vicino a Piombino) era conservata una statua di Giove intagliata in legno di vite. Le prime prove dirette della produzione di vino in Italia risalgono alla metà del VII secolo a.C., sotto forma di  ceramiche per il vino di produzione locale, dunque non importate, presenti in grande quantità nelle tombe dell’epoca. Gli Etruschi erano originari della Toscana ed dell’Alto Lazio (Etruria Storica) e solo in seguito allargarono  i loro confini, arrivando  a sud fino alla Campania e a nord all’Emilia-Romagna. La Campania segnava di fatto il confine fra la cultura Etrusca e quella Greca, che coincide grossomodo con il corso del fiume Sele. Gli Etruschi contribuirono alla diffusione del vino anche oltr’alpe, con imbarcazioni cariche di anfore che solcavano il Tirreno dalla Sicilia alla Gallia meridionale. A Cap d’Antibes è stato trovato il relitto di una nave etrusca contenente circa 170 anfore vinarie.

Gli Etruschi e la viticoltura

Sembra che gli Etruschi coltivassero la vite fin dall’età del Bronzo, a partire dal XII sec. a.C. Le prime viti ad essere coltivate erano varietà selvatiche, che gli Etruschi vedevano nell’ambiente naturale e di cui avevano già imparato a raccogliere i frutti. Solo in un secondo momento, il contatto con i popoli del Mediterraneo orientale, soprattutto i Greci, permise loro di importare nuovi attrezzi e  modalità di lavoro, ma anche nuovi vitigni di origine orientale, che vennero coltivati tal quali ma anche incrociati con le varietà locali. I sistemi di allevamento degli Etruschi derivavano da come le viti crescono spontaneamente nei boschi. In natura la vite è un arbusto rampicante, che nei boschi, il suo ambiente naturale, tende a utilizzare un albero portante (tutore) per raggiungere il più possibile la luce, non comportandosi però da parassita, quindi senza interferire con l’albero a cui si aggrappa. Questo tipo di allevamento è detto a vite maritata, con la vite quasi “sposata” all’albero a cui si appoggia. Le viti venivano fatte crescere su pioppi, aceri, olmi, ulivi ed alberi da frutto. La vite maritata è arrivata fino ai nostri giorni nei territori della civiltà Etrusca, soprattutto nella zona di Caserta. La potatura praticata dagli Etruschi era molto lunga, pertanto la vite tendeva a crescere molto, con tralci anche lunghissimi. Per la vendemmia si usavano le nude mani o falcetti, su scale appoggiate agli alberi, oppure con strumenti dal lungo. All’epoca degli Etruschi la viticoltura non era un’attività specializzata e quindi le vigne erano promiscue con altre colture, come cereali, ulivi, alberi da frutta ed altro. Furono gli Etruschi a trasmettere  la cultura della vite e del vino ai Romani, grazie al secondo re di Roma, Numa Pompilio, di origine Etrusca.

La produzione del vino e l’enologia all’epoca degli Etruschi

Non sono rimaste testimonianze scritte sui sistemi di vinificazione degli Etruschi, ma si può comunque fare riferimento alle più antiche testimonianze Romane, dal momento che furono gli Etruschi ad insegnare ai Romani come produrre il vino. La parola latina vinum, deriva essa stessa dall’Etrusco e dal latino alle moderne lingue europee (vino, vin, wine, wein, ecc.). Fin dall’inizio Etruschi pigiavano l’uva in pigiatoi detti palmenti, scavati in affioramenti rocciosi naturali situati in prossimità dei luoghi dove si trovavano le viti selvatiche o realizzati nelle vigne all’epoca delle prime coltivazioni. I palmenti venivano coperti con tettoie per ombreggiarli e proteggerli dalla pioggia. I primi palmenti in pietra risalgono all’età del Bronzo, ma la loro datazione non è semplice, essendo stati usati per secoli, fino all’epoca medioevale ed in alcuni casi fino al Novecento. Essi consistevano in due cavità poste ad altezze diverse e comunicanti attraverso un canale di scolo. L’uva era pigiata con le mani o i piedi nella vasca superiore, con il canale di scolo chiuso con argilla. Dopo la decantazione si apriva il foro e si lasciava passare il liquido nella vasca inferiore, dove si completava la vinificazione. Le vinacce, nella vasca superiore, venivano pressate con pietre o pezzi di legno per recuperare il mosto residuo. In antichi vasi Greci si vede l’impiego di rudimentali torchi per il vino, costituiti da un tronco appesantito con pietre. Si può presumere che anche gli Etruschi li utilizzassero, anche se la prima documentazione di torchi da vino di questa tipologia in Italia si deve a Catone, nel II sec. a.C. Il primo mosto veniva in genere consumato subito, mentre il restante veniva versato in contenitori di terracotta con le pareti interne coperte di resina o pece. Il vino veniva lasciato riposare e a primavera era decantato e versato in anfore per il trasporto. Molto probabilmente si usavano anche otri in pelle, di cui non ci sono rimasti reperti, ma che sono spesso raffigurati. Si ritiene che le rese in vino non dovessero essere superiori al 50%.

Il vino nella società Etrusca

Quello che sappiamo sui vini dell’epoca degli Etruschi proviene dagli scritti di autori Romani. Marziale ed Orazio elogiano il vino del Massico (nell’area della Campana civilizzata dagli Etruschi. Columella (I sec. d.C.), nel “De re rustica” elenca varietà di vite dell’Etruria, come il Pompeiano o il Murgentino. Plinio il Vecchio cita a sua volta diversi vitigni delle zone di Pisa ed Arezzo ed i vini di Tarquinia sono descritti come eccellenti. Si sa di più su come gli Etruschi consumavano il vino.

Il vino nelle celebrazioni religiose Etrusche

Rituali legati al vino erano già presenti in Etruria fin dalla fine dell’età del Bronzo, ma fu in seguito al contatto con la cultura Greca che il vino entrò nelle celebrazioni religiose in particolare in quelle funebri. Anche la coltivazione della vite era così importante presso gli Etruschi che erano i sacerdoti custodi delle tecniche di coltivazione dei vigneti e delle invocazioni per preservarli dal maltempo. La potatura stessa aveva un alto contenuto simbolico, in quanto forma di controllo e regolazione della produzione delle viti, veniva percepita come segno di autorità. I Greci influenzarono anche la religione degli Etruschi. Infatti tra le divinità più importanti per la religione etrusca vi era Fufluns, molto simile al dio greco Dioniso, con cui venne poi identificato. Durante le cerimonie religiose in onore del dio, attraverso l’ebbrezza del vino gli iniziati provavano una sorta di evasione dalla realtà che poteva prefigurare un destino felice nell’aldilà. Fu a partire dal IV secolo a.C. che i culti dionisiaci ebbero la loro massima diffusione e iniziarono anche a diffondersi anche verso Roma.

Il vino nella vita sociale degli Etruschi

In seguito il vino divenne protagonista anche dei riti pagani, come i banchetti ed i simposi, in cui si beveva vino assistendo a spettacoli di musica e danza. I più poveri probabilmente consumavano un vinello leggero, derivato dal ripasso delle vinacce con acqua, pratica frequente anche in epoca Romana. Tipicamente Etrusca è la presenza delle donne ai banchetti, a volte rappresentate adagiate accanto all’uomo o sedute vicino, mentre nella Grecia antica il simposio era solo maschile o al più aperto alle etere (prostitute di alto livello). Gli autori Romani criticarono il grande lusso dei banchetti Etruschi, ed alcuni di essi si spinsero a definire gli Etruschi “schiavi del ventre”. Popolare l’immagine dell’Etrusco obeso, diffusa da Catullo. Si mangiava con le mani e nella sala scorrazzavano animali domestici (cani, gatti, polli, anatre…), che mangiavano i resti di cibo che cadevano (o erano buttati) a terra. Vi era sempre la musica, soprattutto dei flauti e ci potevano essere anche spettacoli di danza e giocolieri. Il vino veniva diluito con acqua, fredda o calda a seconda delle stagioni, ma anche aromatizzato ed addolcito, per coprire i difetti dovuti alle limitate tecniche produttive e di conservazione, con miele, erbe, fiori, spezie, resine. I banchetti Etruschi erano straordinariamente simili a quelli dei Greci, con il vino bevuto distesi sulla klìne, versato dall’oinochòe (brocca), miscelato con acqua a seconda della gradazione e dell’aroma e arricchito con miele, spezie o formaggio grattugiato. La miscela così ottenuta poteva essere riscaldata o raffreddata utilizzando lo psyktèr, vaso a forma di bulbo collocato su di un piede alto e stretto, contenente acqua calda o neve. I vari oggetti usati per il vino e la tavola vengono chiamati con i loro nomi greci perché il nome etrusco è spesso sconosciuto oppure incerto.

L'autore

Laureato in Chimica, Sommelier AIS. Si interessa di biochimica ed enologia, di enografia e storia del vino e della vite, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti che legano la produzione vitivinicola al territorio e alla vicende umane. Ha fondato Quattrocalici.it nel 2011 ed è l'autore della struttura e del progetto del portale, nonchè della struttura e dell'impostazione della maggior parte dei suoi contenuti. Fin da allora si occupa attivamente di marketing e comunicazione del vino e di divulgazione nel campo dell'enogastronomia.

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