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Il corso sul vino di Quattrocalici - Enologia - Fare il vino

Il Dosaggio e la Dolcezza degli Spumanti

Zuccheri residui, dosaggio ed equilibrio gustativo dalla tecnica alla percezione sensoriale

Il Dosaggio e la Scala di Dolcezza degli Spumanti

Il Dosaggio nella Spumantizzazione

La dolcezza degli spumanti metodo classico e, in buona parte, anche di quelli metodo Martinotti/Charmat, è determinata in larga misura dal dosaggio (liqueur d’expédition). Dopo la sboccatura, il vino viene colmato con una miscela di vino base e zucchero (in quantità variabile), che definisce la categoria di appartenenza.

Questo passaggio è cruciale perché non serve solo ad “addolcire”, ma a rifinire l’equilibrio gustativo. Un dosaggio ben calibrato può smussare spigoli acidi, ampliare il centro bocca, rendere più armonico un vino molto teso o austero. Al contrario, un dosaggio eccessivo può appesantire il sorso, coprire finezze aromatiche e compromettere la bevibilità.

Nei prodotti non dosati, o con dosaggio minimo, l’enologo sceglie deliberatamente di lasciare il vino “nudo”, esposto alla sua struttura acido-sapida e alla trama data dall’affinamento sui lieviti.

I Livelli della Scala di Dolcezza

La classificazione ufficiale si basa sul contenuto di zuccheri residui espresso in grammi per litro. È una scala continua, ma suddivisa in fasce che hanno assunto nel tempo anche un significato stilistico.

Pas Dosé / Dosaggio Zero / Brut Nature

Fino a 3 g/L (senza aggiunta di zuccheri o con quantità trascurabili). Qui la dolcezza è praticamente assente sul piano analitico, e il vino si gioca tutto su acidità, sapidità e struttura. Sono spumanti spesso verticali, tesi, talvolta austeri, che esaltano la componente minerale e la purezza del vitigno e del terroir. L’assenza di zucchero rende più evidenti eventuali squilibri: è una categoria che non perdona.

Extra Brut

Fino a 6 g/L. La presenza di zucchero è minima, ma già in grado di dare una leggera rotondità, senza intaccare la sensazione complessiva di secchezza. Rappresenta un punto di incontro tra rigore e accessibilità, molto apprezzato nella ristorazione contemporanea.

Brut

Fino a 12 g/L. È la categoria più diffusa e, di fatto, lo standard internazionale dello spumante secco. Qui lo zucchero non si percepisce come dolcezza vera e propria, ma come elemento di equilibrio che arrotonda l’acidità e rende il sorso più armonico e gastronomico. La maggior parte degli abbinamenti classici con antipasti, pesce, fritti e piatti delicati trova nel Brut il suo terreno ideale.

Extra Dry (o Extra Sec)

Tra 12 e 17 g/L. Il nome trae in inganno: non è più secco del Brut, ma più dolce. In questa fascia la morbidezza inizia a emergere con maggiore evidenza, pur restando in un ambito ancora versatile a tavola. È una categoria storicamente molto apprezzata in alcuni stili di spumanti aromatici o fruttati, dove lo zucchero sostiene l’espressività del profilo olfattivo.

Dry (o Sec)

Tra 17 e 32 g/L. Qui la dolcezza diventa una componente chiaramente percepibile. Il vino assume un carattere più morbido, talvolta ammiccante, con minore tensione acida percepita. Si entra in un territorio che può funzionare bene con piatti speziati, cucine agrodolci o preparazioni dove la componente zuccherina trova un dialogo diretto con il cibo.

Demi-Sec

Tra 32 e 50 g/L. La dolcezza è marcata e lo spumante si colloca decisamente in ambito abboccato-dolce. È una categoria storicamente importante, oggi meno diffusa, ma estremamente interessante in abbinamento a pasticceria non troppo zuccherina, foie gras, formaggi erborinati o preparazioni con forte componente aromatica.

Doux

Oltre 50 g/L. Qui siamo nel pieno degli spumanti dolci. La struttura zuccherina è importante e il vino assume un ruolo più vicino a quello di un vino da dessert, pur mantenendo la leggerezza e la freschezza date dall’effervescenza.

Dolcezza analitica e dolcezza percepita

Un aspetto che merita particolare attenzione, soprattutto per un pubblico tecnico, è la distinzione tra dolcezza analitica (grammi per litro di zucchero) e dolcezza sensoriale. Uno spumante con 10 g/L può sembrare più secco di uno con 7 g/L se possiede acidità più elevata o una maggiore pressione di CO₂. Allo stesso modo, l’affinamento sui lieviti e l’autolisi possono arricchire il vino di note tostate, cremose e di maggiore volume gustativo, modulando la percezione complessiva dell’equilibrio.

Anche la temperatura di servizio incide: a temperature più basse la dolcezza è meno percepita, mentre emerge con maggiore evidenza quando il vino si scalda nel bicchiere.

Una scala tecnica, ma anche culturale

La scala di dolcezza è nata come riferimento tecnico e normativo, ma nel tempo è diventata anche un linguaggio stilistico. Oggi parlare di Brut Nature o di Demi-Sec non significa solo indicare un dato analitico, ma evocare un certo modo di intendere lo spumante: più teso e gastronomico da un lato, più morbido e conviviale dall’altro.

Comprendere davvero questa scala significa quindi andare oltre la semplice etichetta e leggere la dolcezza come uno strumento espressivo nelle mani dell’enologo, capace di trasformare radicalmente il carattere di uno spumante e il suo ruolo a tavola. In fondo, non si tratta di stabilire quale categoria sia “migliore”, ma quale sia più coerente con lo stile del vino, con il contesto di consumo e con l’esperienza sensoriale che si vuole costruire attorno al calice.

Immagine di Marcello Leder
Marcello Leder

Sommelier AIS, divulgatore nel campo del vino e dell'enogastronomia. Ha fondato nel 2011 il portale Quattrocalici, divenuto punto di riferimento per la cultura del vino in Italia, ed è autore della sua struttura e di tutti i suoi contenuti.

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