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Il corso sulle birre di Quattrocalici

La “Ruota dei sapori” di Meilgaard

Storia e funzionamento del linguaggio sensoriale della birra

Ruota dei sapori della birra

Oggi la ruota dei sapori della birra è uno degli strumenti più riconoscibili della degustazione professionale. La sua forma circolare, suddivisa in famiglie e descrittori progressivamente più specifici, può far pensare a una semplice infografica didattica. In realtà, la cosiddetta ruota di Meilgaard nacque da un progetto molto più ambizioso: creare una terminologia internazionale che consentisse a birrai, tecnici di laboratorio e degustatori di descrivere le sensazioni della birra utilizzando parole condivise e sufficientemente precise.

Prima della sua elaborazione, il linguaggio sensoriale della birra era frammentario. Le aziende, i laboratori e le diverse tradizioni brassicole impiegavano termini differenti per indicare sensazioni simili; inoltre, una stessa parola poteva assumere significati diversi da un Paese all’altro. Descrizioni come “fruttato”, “vinoso”, “verde”, “duro” o “maturo” potevano essere comprensibili all’interno di un singolo birrificio, ma risultavano poco affidabili quando si dovevano confrontare valutazioni provenienti da persone, lingue e contesti produttivi differenti.

Il problema non era soltanto linguistico. Senza un vocabolario condiviso diventava difficile formare i degustatori, confrontare i risultati dei panel, studiare le soglie di percezione, individuare le cause di un difetto e mettere in relazione una sensazione con una determinata fase del processo produttivo.

Verso una terminologia internazionale

Il lavoro che avrebbe condotto alla ruota prese forma nella prima metà degli anni Settanta attraverso la collaborazione di tre importanti organismi del settore: la European Brewery Convention, l’American Society of Brewing Chemists e la Master Brewers Association of the Americas.

I rispettivi gruppi di lavoro iniziarono raccogliendo i termini sensoriali utilizzati nei principali Paesi produttori di birra. Il materiale disponibile era molto ampio e disomogeneo: conteneva sinonimi, espressioni locali, termini poco definiti e parole che mescolavano la descrizione della sensazione con un giudizio qualitativo.

Gli obiettivi della ruota

Il progetto del 1979 doveva soddisfare due esigenze differenti.

La prima era consentire ai professionisti di comunicare efficacemente sul flavour della birra. Per farlo era necessario un numero relativamente limitato di termini generali, facilmente utilizzabili anche nelle normali attività di controllo qualità.

La seconda era più analitica: occorreva poter identificare e denominare ogni nota sensoriale distinguibile, così da sostenere il lavoro dei panel specializzati, della ricerca e della diagnostica dei difetti.

Per rispondere a entrambe le esigenze, il sistema prevedeva 44 termini principali, destinati alla comunicazione generale, ai quali si aggiungevano 78 termini più specifici. Il vocabolario completo comprendeva quindi 122 voci, articolate gerarchicamente. Gli autori incoraggiavano espressamente l’industria birraria a utilizzare la terminologia e a valutarne l’efficacia sul campo.

Questa distinzione tra un livello sintetico e uno analitico è uno degli aspetti più intelligenti della ruota. Un degustatore può limitarsi a identificare una sensazione come fruttata o solforata, mentre un panel esperto può procedere verso un descrittore più preciso, come banana, mela, solvente, cavolo cotto o mais dolce.

I principi alla base del sistema

La terminologia fu costruita secondo alcuni criteri metodologici precisi.

A ogni sensazione distintamente riconoscibile doveva corrispondere, per quanto possibile, un solo nome principale. I sinonimi potevano essere riportati come spiegazione, ma non dovevano creare categorie parallele. Termini diversi non avrebbero dovuto indicare la stessa sensazione e una stessa voce non avrebbe dovuto comprendere fenomeni sensoriali chiaramente differenti.

Gli autori esclusero inoltre le espressioni puramente edonistiche o valutative, come buono, cattivo, equilibrato, squilibrato, giovane o maturo. Parole di questo tipo possono essere utili all’interno di un gruppo di degustazione, ma dipendono dal contesto, dallo stile della birra e dalle aspettative di chi assaggia. Non possono quindi essere definite e standardizzate con la stessa precisione di una nota di banana, di caramello o di acido acetico.

La ruota descrive ciò che viene percepito, non stabilisce automaticamente se quella percezione sia positiva o negativa. Una nota fenolica, per esempio, può rappresentare un difetto in una lager delicata ma essere caratteristica e desiderabile in alcuni stili ad alta fermentazione. Allo stesso modo, una sensazione ossidativa può essere indesiderata in una birra fresca, ma assumere un ruolo diverso in prodotti sottoposti a particolari forme di maturazione.

La struttura della ruota

La forma circolare permette di rappresentare visivamente la gerarchia del lessico. I termini più generali si trovano verso il centro, mentre quelli più dettagliati sono collocati nelle fasce esterne.

Nella formulazione storica, il sistema è organizzato in grandi classi sensoriali, identificate anche mediante codici numerici. Tra queste figurano famiglie quali:

aromatico e fragrante, resinoso e nocciolato, cerealicolo, caramellizzato, fenolico, grasso e oleoso, solforato, ossidato o stantio, acido, dolce, salato, amaro, oltre alle sensazioni legate alla bocca e alla pienezza gustativa.

All’interno di ogni classe si trovano i descrittori di primo livello; procedendo verso l’esterno compaiono le specificazioni più precise. La famiglia fruttata può quindi articolarsi in esteri e singole associazioni aromatiche, mentre quella solforata comprende sensazioni differenti riconducibili, per esempio, a uova, vegetali cotti o composti solforati specifici.

La numerazione non è un semplice dettaglio grafico. Permette di identificare una sensazione indipendentemente dalla lingua utilizzata. In un contesto internazionale, un codice condiviso può ridurre le ambiguità prodotte dalla traduzione e aiutare a organizzare schede di degustazione, database e risultati statistici.

Gli autori chiarivano tuttavia che la ruota non doveva essere interpretata come una perfetta mappa scientifica delle sensazioni. Era soprattutto un supporto mnemonico e operativo: una rappresentazione bidimensionale utile a visualizzare rapporti che, nella percezione reale, sono molto più complessi. Le sensazioni non esistono infatti in compartimenti isolati e una stessa molecola può produrre associazioni differenti in funzione della concentrazione e della matrice della birra.

Il ruolo degli standard di riferimento

Un vocabolario sensoriale non può funzionare soltanto attraverso definizioni scritte. Espressioni come “solvente”, “cartone”, “burro” o “mais cotto” possono sembrare intuitive, ma non è detto che tutti le associno alla stessa percezione o alla stessa intensità.

Per questo la metodologia prevedeva l’impiego di standard sensoriali di riferimento, ossia sostanze aggiunte a una birra neutra in concentrazioni controllate per riprodurre una determinata nota. Gli autori consideravano questi riferimenti indispensabili, perché un flavour non può essere definito in maniera adeguata soltanto mediante le parole.

Tra gli esempi più noti si possono citare l’acetato di isoamile per la banana, il diacetile per la nota burrosa, l’acetaldeide per la mela verde, il dimetilsolfuro per il mais dolce cotto e alcuni composti fenolici per sensazioni speziate o medicinali.

Gli standard consentono ai membri di un panel di formare una memoria sensoriale comune. Aiutano inoltre a distinguere il riconoscimento della nota dalla valutazione della sua intensità e dalla decisione sulla sua accettabilità nello stile analizzato.

Il lavoro sulla terminologia fu infatti seguito da ulteriori studi dedicati agli standard di riferimento e alla definizione delle soglie di percezione. Il sistema non era concepito come un poster isolato, ma come parte di una metodologia più ampia di analisi sensoriale della birra.

Come si usa durante la degustazione

La ruota non dovrebbe essere utilizzata come un elenco dal quale scegliere arbitrariamente il termine più suggestivo. Il suo funzionamento è progressivo.

Il degustatore parte da una percezione generale e cerca anzitutto di collocarla in una grande famiglia. Una nota può apparire, per esempio, prevalentemente fruttata, vegetale, tostata, acida, solforata o fenolica.

Dopo avere identificato la famiglia, si procede verso l’esterno della ruota e si valutano le possibili sottocategorie. Se la sensazione è fruttata, si cerca di capire se ricordi maggiormente la banana, la mela, gli agrumi o un carattere più genericamente vinoso. Se appare solforata, si distingue tra uovo, vegetale cotto, fiammifero o altre associazioni.

Solo a questo punto viene scelto il descrittore più specifico che il degustatore sia realmente in grado di sostenere. Non è necessario arrivare sempre all’anello esterno. Fermarsi a una categoria generale attendibile è preferibile rispetto a formulare un’identificazione eccessivamente precisa ma incerta.

Il descrittore dovrebbe poi essere completato indicando almeno intensità, eventuale evoluzione durante l’assaggio e coerenza con lo stile. La ruota, infatti, assegna un nome alla sensazione, ma non ne misura automaticamente la forza e non stabilisce se sia appropriata.

In un panel tecnico, i risultati individuali vengono successivamente confrontati. L’uso di una terminologia condivisa permette di verificare se più degustatori abbiano riconosciuto lo stesso fenomeno e di separare le differenze reali di percezione dalle semplici differenze linguistiche.

Uno strumento anche per la produzione

La ruota non serve soltanto a descrivere una birra al consumatore. Il suo impiego originario è strettamente legato al controllo di processo e di qualità.

Un flavour può infatti essere collegato alle materie prime, alla fermentazione, alla maturazione, al confezionamento o alla conservazione. Una nota burrosa può suggerire la presenza di diacetile; un carattere di cartone può indicare ossidazione; una sensazione di solvente può essere collegata a un’elevata presenza di determinati esteri o alcoli superiori; il mais cotto può richiamare il dimetilsolfuro.

La terminologia non sostituisce l’analisi chimica e non dimostra da sola la causa del problema. Permette però di formulare un’osservazione ripetibile, orientare le verifiche e mettere in comunicazione il laboratorio con la produzione.

L’eredità della ruota di Meilgaard

La classificazione del 1979 ebbe un’influenza profonda sull’analisi sensoriale non solo della birra, ma anche di molte altre bevande e alimenti. Il principio della ruota — procedere dalle famiglie generali verso descrittori specifici — è stato successivamente adottato in strumenti dedicati al vino, al caffè, al whisky, al formaggio e a numerosi altri prodotti.

Nel settore brassicolo la terminologia storica è stata aggiornata più volte. La ASBC Beer Flavor Wheel, pubblicata in una prima versione nel 2009 e in una seconda edizione nel 2022, conserva i fondamenti del sistema internazionale del 1979 ma integra il lessico utilizzato dai panel contemporanei. La versione attuale organizza i termini in tre grandi aree iniziali — aroma, sensazioni orali e gusti fondamentali — e sviluppa oltre quaranta categorie intermedie distribuite in tre anelli e dieci gruppi cromatici.

La ruota di Meilgaard rimane comunque un passaggio fondamentale nella storia della degustazione. Il suo valore non risiede soltanto nella forma grafica o nell’elenco dei descrittori, ma nell’idea che l’analisi sensoriale richieda un linguaggio verificabile, condiviso e svincolato, per quanto possibile, dai giudizi personali.

Prima di dire se una birra sia buona o cattiva, il degustatore deve essere capace di spiegare che cosa percepisce, con quale intensità e in quale fase dell’assaggio. La ruota nasce precisamente per rendere possibile questo passaggio: trasformare una sensazione individuale in un’informazione che possa essere compresa, confrontata e discussa.

Immagine di Marcello Leder
Marcello Leder

Laureato in Chimica, Sommelier AIS. Si interessa di biochimica ed enologia, di enografia e storia del vino e della vite, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti che legano la produzione vitivinicola al territorio e alla vicende umane. Ha fondato Quattrocalici nel 2011 ed è l'autore della struttura e del progetto del portale e di tutti i suoi contenuti. Fin da allora si occupa attivamente di marketing e comunicazione del vino e di divulgazione nel campo dell'enogastronomia.

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