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Il corso sul vino di Quattrocalici - Materie prime per la Distillazione

Distillati da vino e vinacce

Identità e Differenze tra Acquaviti di vino, Brandy e Grappe

Le materie prime per la distillazione: Uva, Vino e Vinacce

Distillati da uva, vino e vinacce

Tra tutte le categorie di distillati, quelli ottenuti dall’uva e dai suoi derivati occupano una posizione storicamente centrale nella cultura europea della distillazione. La disponibilità del vino come prodotto fermentato già pronto alla distillazione ha reso possibile, fin dal Medioevo, lo sviluppo delle prime acquaviti di vino, mentre l’utilizzo delle vinacce ha dato origine a un’importante tradizione di distillati agricoli destinati alla valorizzazione dei sottoprodotti della vinificazione.

Dal punto di vista tecnico, questi distillati condividono la stessa origine botanica ma differiscono profondamente per materia prima, processo produttivo e profilo sensoriale. L’elemento discriminante non è soltanto la fase di distillazione, ma soprattutto la natura del substrato che viene distillato: il vino, già fermentato e separato dalle parti solide dell’uva, oppure la vinaccia, cioè la massa costituita da bucce, vinaccioli e residui di polpa che rimane dopo la pressatura.

Questa distinzione genera due famiglie di prodotti con caratteristiche aromatiche, strutturali e tecnologiche profondamente diverse.

Differenze tra Acquavite di vino, Brandy e Grappe

La differenza fondamentale tra le due categorie riguarda la materia prima distillata. Nel caso dell’acquavite di vino, il prodotto sottoposto a distillazione è il vino stesso, cioè un liquido fermentato costituito prevalentemente da acqua, etanolo e composti volatili generati durante la fermentazione. Nel caso della Grappa o distillato di vinaccia, invece, la materia prima è rappresentata dai residui solidi dell’uva dopo la vinificazione.

Questa differenza di partenza comporta conseguenze tecniche significative.

Nel vino, la fermentazione è già completa e la componente aromatica è costituita principalmente da esteri fermentativi, alcoli superiori e composti varietali disciolti nella fase liquida. La distillazione ha quindi il compito di separare e concentrare questi composti, producendo un distillato relativamente equilibrato e morbido.

Nella vinaccia, invece, la situazione è diversa. Le bucce dell’uva contengono una grande quantità di precursori aromatici, composti fenolici e residui zuccherini, spesso accompagnati da una quota di fermentazione incompleta. Durante la distillazione si verifica quindi un’estrazione più intensa di sostanze aromatiche e talvolta anche di composti strutturali provenienti dalle parti solide.

Di conseguenza, i distillati di vinaccia presentano generalmente un profilo aromatico più marcato e diretto, con note varietali spesso più evidenti rispetto alle acquaviti di vino.

Un altro aspetto tecnico riguarda la gestione della materia prima. Il vino può essere distillato in condizioni relativamente stabili, mentre la vinaccia è un materiale più complesso, con contenuto variabile di umidità, zuccheri residui e componenti solide. Per evitare fermentazioni indesiderate o fenomeni di ossidazione, le vinacce devono essere distillate rapidamente oppure conservate in condizioni controllate.

Dal punto di vista della tecnologia di distillazione, le acquaviti di vino sono spesso ottenute con alambicchi discontinui tradizionali, mentre i distillati di vinaccia possono richiedere sistemi specifici progettati per trattare masse solide o semisolide.

In sintesi, le due categorie differiscono per:

  • substrato distillato (vino liquido o vinaccia solida)
  • modalità di gestione della materia prima
  • intensità aromatica e struttura del distillato

Queste differenze non sono semplicemente tecniche, ma influenzano profondamente lo stile e la percezione sensoriale del prodotto finale.

La differenza tra distillato d’uva e brandy è meno banale di quanto sembri, perché i due termini appartengono a livelli diversi di classificazione: uno è generico e tecnico, l’altro specifico e normativo. In pratica, tutti i brandy sono distillati d’uva, ma non tutti i distillati d’uva possono essere chiamati brandy.

Conviene partire dalla materia prima e dal processo.

Quando si parla di distillato d’uva, si usa un’espressione molto ampia che indica qualsiasi distillato ottenuto dalla fermentazione dell’uva o dei suoi derivati. In questa categoria rientrano diversi prodotti: il distillato di vino, il distillato di vinacce, il distillato di mosto fermentato e altri prodotti simili. È quindi una definizione tecnologica, non commerciale.

Un distillato d’uva può essere prodotto in molti modi: può essere giovane o invecchiato, può provenire da vino o da mosto, può essere ottenuto con alambicchi discontinui o con colonne di distillazione. Può persino rimanere incolore e non avere alcun affinamento in legno.

Il brandy, invece, è una categoria molto più precisa. In Europa la sua definizione è stabilita dal Regolamento (UE) 2019/787, che disciplina tutte le bevande spiritose. Secondo questa normativa, il brandy deve rispettare alcune condizioni fondamentali.

Prima di tutto, deve essere ottenuto dalla distillazione di vino o di vino distillato. Non dalle vinacce e non da altri sottoprodotti dell’uva. In secondo luogo, deve avere una gradazione minima di 36% vol. e soprattutto deve essere invecchiato in legno, generalmente in botti di rovere, per almeno un anno (oppure sei mesi se l’affinamento avviene in botti di capacità inferiore a 1000 litri).

Questo passaggio nel legno è cruciale: il brandy acquisisce colore ambrato, aromi di vaniglia, spezie, frutta secca e una struttura gustativa più morbida e complessa. Senza maturazione in legno non si può parlare di brandy.

Da qui nasce la distinzione concettuale.

Il distillato d’uva è quindi una categoria tecnica che comprende diversi prodotti derivati dall’uva distillata. Il brandy è invece un distillato di vino invecchiato in legno, definito da precise regole produttive e commerciali.

Un modo semplice per visualizzarlo è pensare alla famiglia dei distillati dell’uva come a un piccolo albero genealogico:

  • distillato di vino → se viene affinato in legno secondo certe regole può diventare brandy
  • distillato di vinaccia → diventa grappa
  • distillato di mosto fermentato → dà origine ad altre acquaviti meno diffuse

Il brandy, in sostanza, è la versione “nobilitata” e maturata del distillato di vino.

La storia aggiunge un dettaglio curioso. Il termine brandy deriva dall’olandese brandewijn, cioè “vino bruciato”: nel XVII secolo i mercanti dei Paesi Bassi distillavano il vino per ridurne il volume durante il trasporto marittimo. Il distillato veniva poi diluito o affinato nei luoghi di destinazione. Da questa pratica commerciale nacque una delle grandi famiglie dei distillati europei, che oggi comprende anche denominazioni celebri come Cognac e Armagnac, che sono in sostanza brandy prodotti in zone specifiche della Francia e secondo disciplinari ancora più rigorosi.

Se si guarda il fenomeno con l’occhio dell’enologo, emerge un altro aspetto interessante: nel passaggio da vino → distillato → brandy, il ruolo del vitigno e del terroir non scompare affatto. Cambia semplicemente il modo in cui si esprime. Nel vino lo percepiamo direttamente; nel brandy lo ritroviamo filtrato attraverso la distillazione e la lunga maturazione nel legno, un processo che agisce come un lento laboratorio chimico pieno di trasformazioni aromatiche.

Il Ruolo del vitigno di base nel distillato

Il vitigno rappresenta uno dei fattori più importanti nella definizione dell’identità dei distillati da uva. Ogni varietà possiede un proprio patrimonio di composti aromatici e di precursori volatili che si sviluppano durante la fermentazione e possono essere trasferiti nel distillato.

Le varietà aromatiche, come quelle caratterizzate da elevata presenza di terpeni e composti floreali, tendono a generare distillati particolarmente espressivi. In questi casi la distillazione deve essere gestita con attenzione per evitare la perdita delle molecole più volatili.

Le varietà neutre o meno aromatiche producono invece distillati più equilibrati e meno caratterizzati dal punto di vista varietale. In queste situazioni la qualità finale dipende maggiormente dal processo di distillazione e dall’eventuale affinamento successivo.

Nel caso dei distillati di vinaccia, il vitigno influisce in modo ancora più diretto sul profilo aromatico. Le bucce dell’uva contengono infatti molte sostanze odorose che possono essere trasferite nel distillato durante il processo. Questo spiega perché alcune grappe monovitigno presentano caratteristiche olfattive chiaramente riconducibili alla varietà di origine.

Influenza del terroir sul distillato

Oltre al vitigno, anche il terroir contribuisce alla definizione del carattere dei distillati da uva. Il termine terroir indica l’insieme delle condizioni ambientali e agronomiche che influenzano la crescita della vite, tra cui suolo, clima, esposizione e pratiche di coltivazione.

Questi fattori determinano la composizione chimica delle uve e quindi la natura del vino o delle vinacce che verranno successivamente distillate. Differenze nella concentrazione di zuccheri, acidi organici e composti aromatici possono riflettersi direttamente nel distillato.

Nei distillati ottenuti dal vino, il terroir agisce principalmente attraverso la composizione del vino base. Nei distillati di vinaccia, invece, il suo effetto può essere ancora più evidente, poiché molte sostanze aromatiche sono concentrate nelle bucce dell’uva.

Per questo motivo alcune tradizioni produttive attribuiscono grande importanza all’origine delle uve, considerandola un elemento distintivo del distillato.

Interazione tra materia prima e distillazione

Il risultato finale di un distillato da uva non dipende esclusivamente dalla materia prima né soltanto dal processo di distillazione, ma dall’interazione tra questi due fattori.

Una materia prima ricca di composti aromatici può perdere parte del proprio carattere se la distillazione è troppo selettiva, mentre una distillazione meno spinta può valorizzare la complessità varietale ma aumentare la presenza di componenti strutturali più pesanti.

Il distillatore deve quindi trovare un equilibrio tra selezione e conservazione degli aromi, modulando il processo in funzione delle caratteristiche del vino o delle vinacce utilizzate.

Identità dei distillati da uva

I distillati ottenuti dall’uva rappresentano un esempio chiaro di come la distillazione non sia soltanto una tecnica di separazione, ma anche uno strumento di interpretazione della materia prima.

Nel caso delle acquaviti di vino, il processo tende a valorizzare la purezza e l’equilibrio del vino di partenza. Nei distillati di vinaccia, invece, la distillazione diventa un mezzo per estrarre e concentrare le componenti aromatiche presenti nelle parti solide dell’uva.

In entrambi i casi, il risultato finale è il prodotto di una combinazione complessa tra vitigno, terroir, fermentazione e tecnologia di distillazione, che determina l’identità sensoriale del distillato e la sua appartenenza a una specifica tradizione produttiva.

Immagine di Marcello Leder
Marcello Leder

Sommelier AIS, divulgatore nel campo del vino e dell'enogastronomia. Ha fondato nel 2011 il portale Quattrocalici, divenuto punto di riferimento per la cultura del vino in Italia, ed è autore della sua struttura e di tutti i suoi contenuti.

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