I Cloudy Bay

Il fascino dell'estremo in un equilbrio perfetto

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“La baia in cui sfocia il fiume Wairau, nella contea di Marlborough, all’estremità nord-ovest dell’isola del Sud, fu chiamata Cloudy Bay, baia nuvolosa, dal capitano Cook nel 1770 durante il suo primo viaggio nelle terre e nei mari del nuovo mondo. Si racconta che, a causa di un violento temporale, l’acqua del mare trasparente e cristallina divenne, ad un tratto, scura ed intorbidita ( è questa la traduzione in senso figurato del termine “cloudy”) dalla terra e dai detriti che aveva trasportato il fiume Wairau.

Qui, ai piedi delle nebbiose colline che sono diventate, nel corso degli anni, il simbolo di questi vini, si estendono le cantine ed i vigneti del Cloudy Bay. I principi ispiratori e la filosofia su cui si fonda la produzione vitivinicola si rifanno, sostanzialmente, alle caratteristiche ed alle variegata personalità del terroir, all’estrema qualità dei vitigni utilizzati per gli impianti ed alle condizioni climatiche favorevoli. Come cita un antico proverbio Maori “ il sole troverà sempre uno spiraglio tra le nuvole sopra il fiume Wairau”, rappresenta realmente una presenza costante ed essenziale per questi terreni che, generati da un naturale ritiro di un ghiacciaio, costituiscono una premessa ideale per la coltivazione della vite. La graduale concentrazione di zuccheri e il concomitante mantenimento del livello di acidità naturale, conferiscono ai vini di Cloudy Bay un inconfondibile sapore fruttato e aromi varietali spiccati, persistenti ed in evoluzione in nuance nuove.

Ma dove ha inizio la storia della viticultura del “Nuovo Mondo”? “…Colui che viene porta con se ciò che conosce…” diceva Platone, infatti, la coltivazione della vite ha inizio con le colonizzazioni inglesi nel 1830. James Busby nel 1836, fu il primo che tentò l’impianto e la produzione di vino. Ma furono i cattolici missionari francesi, di Mission Estate, che nel 1851 impiantarono le prima vigne a Hawkes Bay. Nel 1833 William Henry Beetham mise a dimore il primo vigneto di Hermitage (Syrah) e di Pino Noir. Nel 1895 il dipartimento dell’Agricoltura del governo neozelandese incaricò l’enologo Romeo Bragato di sondare i terreni e verificare la possibilità di intraprendere la via della vinificazione in terre, che fino a quel momento, erano utilizzati per altre colture. Bragande, assaggiato l’hermitage prodotto da Beetham ne rimase talmente colpito che nella sua relazione riportò …” terreno eminentemente adatto alla viticoltura…”.

A causa dell’allevamento animale, l’industria fiorente di esportazione di carne in tutto il modo, fattori culturali, la schiacciante predominanza di produzione di birra (portata dagli inglesi) e consumo della stessa, il vino è stato per molti anni un’attività marginale in termini di importanza economica. Dalmati immigrati che arrivarono in Nuova Zelanda alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo, portarono con sé la conoscenza vitivinicola mettendole a dimora nell’Ovest e Nord Auckland. In genere, le loro vigne producevano sherry e porto per i palati dei neozelandesi del tempo, e vino da tavola per la propria comunità. Nel 1973, la Gran Bretagna, entrata nella CEE, ha richiesto la fine dei termini commerciali storici con la Nuova Zelanda, di carne e latticini. Ciò ha portato ad una ristrutturazione necessaria dell’economia agricola.
Dove prima era pascolo furono impiantate viti che producono meglio in condizioni di scarsa umidità e terreni a bassa fertilità. Il Nuovo Mondo, con una rapidità veramente sorprendente, si è guadagna un posto tra i produttori di vino di altissima qualità. Prima degli anni settanta, infatti, tutto il settore vitivinicolo aveva un impronta pressochè locale e necessitava, per poter decollare, di una sostanziale modifica delle attitudini, dei modelli di comportamento e di pensiero radicati da centinaia di anni. Nel momento in cui, per gli avvenimenti sopra citati, si concretizzarono le premesse per questa evoluzione, la vite entrò di forza nella cultura nazionale e i vini prodotti stupirono il mondo per la loro qualità. Nel 1980 i vigneti arrivarono a coprire oltre 5600 ettari di terreno, pensare che erano meno di 600 negli anni sessanta, concentrati, in maggior parte, nella South Island, una zona completamente nuova che ha dato vita, in anni recenti, ad eccellenze enologighe mondiali. In prossimità di Marlborough, nella stretta fascia pianeggiante tra il mare e la catena dei monti Richmond, il clima soleggiato, ma sufficientemente fresco, la scarsità delle piogge, grandi escursioni termiche e il terreno particolarmente vocato consente di produrre alcuni dei vini migliori di tutto il Nuovo Mondo.
Resasi indipendente dal Regno Unito nel 1907, la Nuova Zelanda è grande quasi quanto l’Italia. Quello che salta all’occhio è la netta percezione di una terra ancora vergine, nella quale si può viaggiare per centinaia di chilometri senza incontrare neanche un’abitazione. La sensazione di un’aria più pulita, fresca, ossigenata, trasmette la sensazione della montagna ed è percepibile da tutti i nostri sensi. Il Nuovo Mondo è anche uno delle “”più verdi”” nazioni produttrici di vino sulla terra (94% del vino certificato sostenibile nel 2013), con una forte attenzione alla agricoltura biologica e biodinamica. I neozelandesi sembrano essere parte integrante del paesaggio: non parlano velocemente, non hanno mai fretta, non sono ossessionati dal denaro né schiavi del lavoro.
Con un’equa distribuzione di montagne, pianure e colline, la NZ si divide principalmente in dieci regioni vitivinicole, la più famosa delle quali è senz’altro il Marlborough, all’estremo nord di Southland è proprio qui nella Valle di Wairau, alla foce dell’omonimo fiume, che crescono le vigne di Cloudy Bay, nata nel 1985 e divenuta vero e proprio motore trainante del movimento vino grazie al suo Sauvignon Blanc che all’epoca fece letteralmente saltare dalla sedia gli addetti ai lavori per la qualità espressa. La sorpresa Cloudy Bay è diventata ben presto conferma grazie a una batteria di campioni, su tutti Sauvigno blanc, Chardonnay, Pinot Noir.
Prima di andare nello specifico delle tipologie, vediamo come la produzione di vino sia “lievitata” negli ultimi anni: Nel 2003 550.000 ettolitri di vino prodotto Nel 2005 1.020.000 ettolitri di vino prodotto, raddoppiato in due anni Nel 2007 1.476.000 ettolitri di vino prodotto Nel 2009 2.052.000 ettolitri di vino prodotto Nel 2011 2.350.0000 ettolitri di vino prodotto Nel 2013 2.484.000 ettolitri di vino prodotto Nel 2015 2.347.000 ettolitri di vino prodotto La superficie vitata è passata dai 15.800 ettari del 2003 ai 35.852 del 2015 di cui 2800 in biologico integrale ed il resto in agricoltura sostenibile. Nel giro di 13 anni hanno quintuplicato la produzione, cifre da capogiro per un “neonato” della viticultura. E’ venuto il momento di “tuffarci nella bottiglia” per provare a capire la grande qualità che viene offerta nel bicchiere. A Cloudy Bay i vini nascono da una serie di elementi che armonizzano alla perfezione con il terroir, caratteristica che si ritrova ad ogni sorso. Souvignon Blanc; Elemento di spicco e primo vino a stupire il mondo, uno dei più noti vitigni internazionali di origine francese padre, insieme al Cabernet Franc, di un altro puro sangue mondiale, il Cabernet Sauvignon, trova qui il suo habitat naturale maturando meglio che altrove ed esprimendo una complessità aromatica e un equilibrio sorprendenti. In via generale si può affermare che i Sauvignon neozelandesi riescono a rappresentare il meglio degli stili fino a oggi predominanti: la freschezza croccante dei vini della Loira (Sancerre in particolare) e la tropicalità matura di quelli del Nuovo Mondo.
Nelle due vallate principali distinte per condizioni climatiche molto differenti troviamo: Wairau Valley con un microclima più caldo, qui il Sauvignon Blanc prodotto è caratterizzato da note maggiori di frutta a guscio e frutto della passione. Nella Awaterre Valley che presenta un microclima più freddo e quindi i Sauvignon Blanc risultano meno intensi in termini di frutta tropicale ma dotati di maggiori aromi erbacei e vegetali. I profumi caratteristici sono talvolta difficili da ottenere ed in seguito da mantenere nei vini. Soprattutto nei climi caldi il Sauvignon é un vitigno difficile da vinificare. Materiale vegetale (clone), terroir, maturazione dell’uva, data di vendemmia, condizioni di estrazione dei succhi, ceppo di lievito responsabile della fermentazione alcolica, metodi di affinamento sono tutti fattori che ne possono influenzare l’espressione aromatica. Infine, anche nelle zone di produzione più vocate, la qualità aromatica dei vini Sauvignon é irregolare da un’annata all’altra e da una vasca all’altra. La vendemmia è certamente un momento critico, se vendemmiate in epoche molto precoci le uve potranno risultare troppo acide e poco aromatiche, mentre se è raccolte tardivamente perderanno buona parte della loro freschezza. Il Sauvignon Blanc è molto sensibile agli attacchi della Botrytis Cinerea( chiamata anche “muffa Nobile” e indispensabile per la produzione del Sauternes e Barsac in Francia, dove il Sauvignon Blanc è vinificato in apporto al Sémillon per la sua spalla acida).
Raccolta in cassette basse, trasporto in cantina nel minor tempo possibile, pressatura soffice, fermentazione a temperatura controllata ed affinamento in botti di varia misura e legno ( per approfondimenti https://www.quattrocalici.it/articoli/la-barriqueil- diavolo-o-l-acqua-santa-per-i-vini-bianchi) con batonage e lunga sosta sulle fecce nobili, lieviti, danno vita ad uno dei vini più amati al mondo. Il Cloudy Bay Sauvignon Blanc, servito alla temperatura di 10/12 gradi fino ad arrivare anche 14 per i piu strutturati, raccoglie la completa essenza varietale di questo splendido vitigno. Di colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, colore che si evolve nell’oro della paglia con il passaggio in legno, il suo profumo intenso inebria i sensi con sentori di frutta esotica, ananas, banana, litchi, mango, frutta della passione, la pesca gialla matura, sentori floreali come sambuco, ginestra, acacia, biancospino e bosso( il tipico aroma che contraddistingue il Sauvignon Blanc, l’urina di gatto), gli erbacei e vegetali come foglia di pomodoro, asparago, peperone, ortica, erba falciata e la speziatura dei terziari data dell’affinamento in botte vaniglia, tostato, liquirizia danno al sorso complessità, profondità e persistenza, il tutto sostenuto da un nerbo acido che amalgama la forza aromatica di questo indiscutibile selvaggio “cavallo di razza ”, rendendolo affascinante ed unico. La sua forza aromatica lo rende un vino poliedrico, sorprendende ed adatto al “mariage” con molti piatti gourmet e non. Per l’abbinamento vino-cibo la chiave è l’acidità che permetterà di abbinare un Sauvignon Blanc a molti piatti piccanti della cucina messicana, coreana e indiana. E’ ottimo per tutte le occasioni anche come aperitivo. Formidabile con antipasti caldi e freddi di pesce anche al vapore, tartare o carpaccio di pesce, ostriche con maionese all’arancia, crema cotta allo zafferano con cozze e prezzemolo, farinata o panissa, focacce con farina integrale e semi di chia, ma anche con affettati e salumi. E’ l’unico vino riconosciuto per l’abbinamento con sushi e sashimi. Si abbina con qualsiasi primo e secondo a base di pesce e crostacei anche in umido, carni bianche come vitello, pollo e coniglio. Ottimo con la pasta al pesto e piatti con il basilico e quindi con la cucina genovese in genere. Perfetto con le verdure e quindi creme, zuppe, vellutate, e in genere con tutte le preparazioni aromatiche, contenenti pomodori, peperoni, zucca, cavoli, broccoli, finocchio e anche con i funghi. Il Sauvignon è il miglior vino da abbinare a formaggi freschi, come ricotta e mozzarella dalla classica Caprese , ad una più moderna Caprese scomposta in gelatine di varia consistenza, Uno degli abbinamenti più azzeccati è sicuramente con gli asparagi declinati in ogni forma. Nella cucina friulana è ideale l’abbinamento col risotto agli asparagi, gnocchi con ricotta e menta e capperi disidratai, uova ed asparagi con cialda di parmigiano 18 mesi, zuppa di “sclopit” e frittate alle erbe di campo. Be, che dire…o lo ami o lo odi, non esistono vie di mezzo per apprezzare in tutta la sua unicità questo dono della natura che l’uomo, sapientemente, ha esaltato in tutta la sua forza. Lo Chardonnay può portare assuefazione, come sa ogni amante dei vini bianchi e quelli prodotti a Cloudy Bay intrappolano il bevitore nel mondo dei balocchi. Per tanti anni, per la sua capicità di crescere ovunque anche sui binari di una ferrovia, questo vitigno, è stato sfruttato, defraudato ed umiliato fino a snaturarlo per la mera sete di denaro, sfruttandone il nome per invadere il mercato di “ombre” evanescenti, senza personalità e di pessimo valore enologico.
Dalla parte opposta, sta di fatto che lo Chardonnay continua a conservare il suo immenso fascino per i meravigliosi vini da esso ottenuti, ma è innegabile che al contempo crei un minimo sospetto trovandosi di fronte a dei bianchi “ruffiani” o a dei “vanigliati” richiesti dal mercato ma non attinenti e esaltatori delle caratteristiche supreme del vitigno. I Cloudy Bay è un vino elegante, varietale, capace di offrire tutte le nuance che lo contraddistinguono per esaltare al meglio il sorso. Chi ama lo Chardonnay per questione di prezzo e reperibilità, predilige, ama e adora gli Chablis Borgognesi, ma un calice del Nuovo Mondo vi farà cambiare idea. La vinificazione segue le regole ferree per ogni vitigno, la fermentazione avviene in vasche di acciaio e barrique con lunghi affinamenti sui lieviti. Il processo avviene con un uso sapiente della botte per un periodo min di 10 mesi. Qui, i profumi si esaltano, si amalgamano, si arricchiscono senza mai essere offuscati dalle note terziarie. Il colore varia dal giallo paglierino al giallo dorato, servito ad una temperatura di 10/12 gradi presenta un naso variegato di frutta esotica e non, banana, ananas, litchi, pesca, pera, melone, albicocca, mela, susina, pompelmo, note floreali come acacia, biancospino, sambuco ed i terziari di vaniglia nocciola tostata, burro, caffè, pan speziato. In bocca rappresenta un apoteosi di complessità e nonostante l’apporto della barrique sia evidente, è fantastico notare che gli aromi del legno sono ottimamente bilanciati e consentono la piena percezione di fiori e frutta, che con la freschezza e mineralità ben vive sorregge una tensione gustativa che non conosce interruzioni. E quando credi di aver completato l’assaggio caldo, morbido e avvolgente, il Cloudy Bay ti sorprende con una sferzata pietrosa e una tenue, quanto piacevole, costante erbacea in un finale di persistenza infinita al palato, ma soprattutto al cuore. Un vino raffinato e di grande spettro gustativo che abbraccia i sapori della cucina completandoli in un tripudio dei sensi. Spazia dall’aperitivo con semplici appetizer o con stuzzichini più raffinati come amuse bouche con capesante; tartare di capesante e uova di salmone, capesante con tartuso, capesante con funghi e cialda di parmigiano 24 mesi, capesante con prosciutto crudo e gorgonzola dolce; ostriche con arancia e peperoncino verde, minicroissant con pesto al basilico, panini al latte con lievito madre farciti con pomodoro confit, iberico de bellota e burro irlandese salato a primi di pesce o carni bianche; una zuppa di ceci e cicale di mare, passata di ceci con cubi di mortadella croccante e rosmarino, risotto mantecato con vongole alghe e limone salato, crocchette di patate e baccalà su crema di piselli, primi a pasta ripiena di verdure o pesci o carni bianche, tortelli di zucca con ragù bianco di coniglio e sfoglia di semi di chia, grigliate di pesce marinate o in purezza e …il tramonto che dipinge lo sguardo di mille colori come la tavolozza di un pittore, le montagne che vi fanno da culla, la fresca brezza di montagna che vi accarezza dolcemente come una soave melodia, un bicchiere di Chardonnay di lungo affinamento servito a 12 gradi, ma anche 14 per apprezzare al meglio tutta la sua complessità assaporando dei piccoli panini al cacao farciti con un delicato quanto aromatico lardo di Arnad, delle fettine di pesce crudo marinato in quei frutti esotici che affascinano il sorso o semplicemente affumicato con legni di cedro e cipresso, con una fettina di fontina d’alpeggio mitigata da composta di pere e senape, scoprirete quello che Julia Child defini “un orgasmo gustativo”.
Che il mondo premiasse questa bellissima isola del pacifico meridionale, venuta alla ribalta delle cronache vitivinicole per i suoi vini bianchi, con il miglior vitigno di Pinot Noir del mondo, nessuno se lo sarebbe aspettato. Il Borgogna rimane sempre il Pinot Noir per eccellenza, ma il Cloudy Bay Pinot Noir ogni anno viene premiato con punteggi mai inferiori ai 92 punti, da tutti i sommelier, nelle degustazioni internazionali e dalle principali guide del settore. Le uve provengono dal Central Otago, la regione più spietata, con estati calde e secche ed inverni rigidi più che in ogni altra regione della Nuova Zelanda. Il clima non perdona, ma se opportunamente gestito e domato, nei giorni caldi e nelle notti fresche, il sole e la mineralità dei suoli, fanno nascere vini con una rara complessità e di classe. Vigneti piantati a fine anni ’80 che dopo oltre 20 anni sono pronti a dare il meglio… “Per i primi 8 / 10 anni le vigne semplicemente non sanno quello che stanno facendo, e noi lavoriamo con quello a cui rispondono. Poi, arriva il momento di dare una svolta, di imprimere la natura selvaggia e la potenzialità di una terra in ogni bottiglia, lasciando un segno indelebile ad una tipologia di vino identificando un prodotto con il proprio territorio”…queste le parole di un grande enologo, questo è la Bibbia che ogni produttore dovrebbe attenersi. Di colore rosso rubino chiaro trasparente, dovuto alla buccia dell’acino molto sottile e meno ricca di antociani, il colorante dell’uva, servito ad una temperatura di 16/18 gradi presenta un naso delicato e sottile ma ben presente. Emergono chiare sensazioni di frutti rossi, ciliegia, prugna, lampone e fragola, aromi floreale come la rosa e la violetta arricchite da note speziate della rovere utilizzata per l’affinamento, cannella, vaniglia, chiodi di garofano, pepe. Con l’evoluzione sviluppa aromi molto complessi in cui le sensazioni di frutta si trasformano prima in confetture per poi trasformarsi, all’apice della maturazione, in aromi di sottobosco, cuoio, pellame, funghi e selvaggina. Al sorso conferma il naso nella sua complessità frutto floreale, una mineralità fumosa sorregge l’acidità, tallone di Achille di questo vitigno se non domata e sapientemente equilibrata, e la morbidezza, donata dalla botte, ci trasporta in quella terra facendoci sbalordire di cosi tanta armonia e profondità gusto olfattiva. Un purosangue come il Pinot Noir che esprime una sinfonia naturale di pura eleganza, agile, con una buona freschezza, alcol moderato e tannini setosi è ottimo per accompagnare arrosti di carne bianca, ma anche filetti di pesce ed è qui che sta la sua forza. La facilità con cui riesce a tagliare i grassi e creare un legame con moltissimi cibi senza coprire anche i sapori più delicati. E allora incominciamo con una classica merenda sinoira con salumi, formaggi e sottaceti, per passare alle escargot , per chi ama il francese, in pastella di cedro o al ragù o al forno o al verde, con lo street food, kebab, pizzette, focacce per le serate pigre, risotto al tartufo, le note ferrose si abbinano perfettamente al re della tavola, tajarin alla piemontese con ragù, ravioli di zucca, risotto con zucca, crema di zucca, carre di agnello al timo o alla liquirizia, da un semplice pollo arrosto, ad una faraona al tartufo, filetti con riduzione di aceto balsamico, agrodolce dell’aceto si sposa perfettamente con i frutti rossi del Pinot e nella versione meno strutturata con tataki di tonno e pesci grassi, addolcisce il sapore ferroso del tonno ed amalgama i grassi senza stonare. Ma …un filetto di maiale alla liquirizia con composta di cipolle di tropea e sedano croccante abbraccia ogni senso esaltato dalla complessità di questo vino straordinario. Abbiamo fatto un salto in una realtà nuova e giovane ma che in pochi anni è riuscita a domare una terra selvaggia, rispettandola, proteggendola ed esaltandola in una qualità assoluta nel bicchiere. I vini non sono a buon mercato, per i bianchi 25/30 euro, per il pinot dai 35a a oltre i 50, ma un sacrificio, ogni tanto, si può fare, per assaporare l’altro capo del Mondo senza spostarsi dalla nostra amata e fantastica Italia.”

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Nato a Tortona nel 1969, ingegnere e Sommelier FISAR, appassionato di vini e formaggi, ha preso parte a numerosi seminari di approfondimento organizzati dall'IWTO (International Wine Tasters Organization). Figlio di viticoltori, appassionato di cucina, oliere di primo livello aicoo, è in contatto con produttori con i quali approfondisce la formazione da Sommelier nelle tecniche di conservazione, coltivazione e vinificazione, a minor impatto ambientale, di vitigni autoctoni. La salvaguardia della qualità in bottiglia lo spinge nella ricerca di piccoli produttori, Italiani e non, che creano esperienze sensoriali uniche.